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BAGLIORI NEL BUIO

Ho visto la luce!….mi prenderete per pazzo e probabilmente lo sono, ma se uso frasi così forti ho i miei buoni motivi.

Tra ottobre e dicembre 2007, tre importanti notizie passate naturalmente in secondo piano, che riguardano la storia recente di questo disgraziato paese, hanno aggiunto benzina a quel fuoco di speranza che ancora brucia nella mia coscienza.

Elencherò tre nomi, in ordine temporale e non certo d’importanza, nomi che vi potranno dire tutto e niente allo stesso tempo, nomi dimenticati dall’indifferenza di tutti i giorni, ma nomi che meritano giustizia!

MOBY PRINCE…10 aprile 1991 ILARIA ALPI –MIRAN HROVATIN…20 marzo 1994 FEDERICO ALDROVANDI…25 settembre 2005

Vicende oscure, che ancora serpeggiano nel buio di un paese che nasconde per dimenticare, di un paese dove però ci sono persone che lottano per la verità e la giustizia troppe volte insabbiata e calpestata per interessi che si distaccano dalla natura umana.

Ma i bagliori ci sono, nel vedere che il caso del traghetto Moby Prince, dove morirono 140 persone, viene riaperto, nel vedere che il processo all’assassinio d’Ilaria e Miran non viene archiviato e nel vedere un supertestimone della Digos alla seconda udienza del processo per la morte di Federico, io sinceramente, anche se molti diranno che alla verità non si giungerà mai, sento che la giustizia c’è, sento che se non facciamo morire queste e altre molteplici vicende nel dimenticatoio della nostra quotidianità, riusciremo ad avere un paese migliore.

Dobbiamo però conoscere e raccontare, divulgare, parlare sempre di queste storie, io ne ho citate tre, ma la storia di questo paese è piena di vicende oscure.

Il nostro dovere è questo, non dimenticarci mai di queste persone morte per oscuri interessi o per pura cattiveria.

E non dobbiamo mai dimenticare che potremmo trovarci noi un giorno al loro posto, o qualche persona a noi cara, in un traghetto in fiamme, in un aereo che cade in circostanze misteriose o semplicemente camminando per la strada…

Non dimentichiamo persone come noi.

Gianluca Ceschiat


Gherardo Colombo - Sulle Regole


Il 12 dicembre 2008 ospiteremo Gherardo Colombo che parlerà di Giustizia e presenterà il suo ultimo libro "Sulle Regole". L'incontro si svolgerà a Porcia (PN), Sala Diemoz alle ore 20.45.Nella sezione File del meetup sono disponibili i volantini Diffondete, diffondete!

Dal Messaggero Veneto, cronaca di Porcia, SABATO, 22 NOVEMBRE 2008, Pagina 10 - Pordenone I grandi processi visti da Colombo
PORCIA. Venerdì 12 dicembre a Porcia si parlerà di giustizia con l'ex magistrato e scrittore Gherardo Colombo, che sarà ospite dell'associazione "PordenoneGrilla.it" e del gruppo consiliare della Sinistra democratica. Un dibattito sul valore e sulla cultura della legge in Italia visto da un'ottica quanto mai attuale in una società che vede accentuarsi le differenze e rincorrere paure quello proposto dall'associazione Amici di Beppe Grillo e dalla Sd, che si terrà, appunto il 12 dicembre, nell'auditorium Diemoz di via delle Risorgive, alle 20.45.
L'occasione sarà la presentazione da parte dell'ex magistrato divenuto famoso per aver condotto o contribuito a inchieste celebri quali la scoperta della loggia P2, il delitto Giorgio Ambrosoli, mani pulite, i processi Imi-Sir, Lodo Mondadori, Sme del suo ultimo libro "Sulle regole" edito da Feltrinelli. Dopo più di trent'anni in magistratura e con all'attivo decine di inchieste giudiziarie che hanno segnato la storia italiana recente, Gherardo Colombo consegna a questo libro la sua riflessione sulla cultura della giustizia e sul senso profondo delle regole.

Gherardo Colombo - Trasgressori e Regole!

Da pnbox.it uno stralcio della conferenza svoltasi a Porcia con Gherardo Colombo

Conferenza. L`ex giudice e pubblico ministero Gherardo Colombo ha presentato a Porcia il suo ultimo libro "Sulle regole" in cui ci offre una carrellata di esempi purtroppo molto "italiani" di mancato rispetto della legge. Forse non è una grande scoperta che nel nostro Paese le regole non siano ben viste, ma può esserlo cercare di capire il perché...guarda questo estratto dall`intervento di Gherardo.

Intervista. Regole, mezzi ed organizzazione. Secondo Gherardo Colombo sono questi i tre punti su cui bisogna lavorare se si vuole migliorare la giustizia italiana.

Pnbox.it: Saprebbe indicarci tre azioni concrete per migliorare la giustizia in Italia?
Colombo: Nella giustizia secondo me i problemi sono: regole, mezzi ed organizzazione.
  1. Le regole, sia le regole del processo che le regole del diritto penale che stabiliscono che cosa è reato e che cosa no, andrebbero modificate molto molto profondamente e questo è compito del Parlamento.
  2. I mezzi, gli strumenti per poter lavorare dipendono dal Governo.
  3. l'organizzazione, dipende dai magistrati.

Io credo che nè gli uni nè gli altri, nè il Parlamento, nè il Governo, e neanche quanto all'organizzazione i magistrati, ci mettano tutto quello che dovrebbero metterci per fare in modo che le cose cambino.

Pnbox.it: E' pentito di aver lasciato la toga?
Colombo: No assoltamente per niente. E' stata una decisione sofferta e anche molto dolorosa, però l'ho presa quando ero molto convinto che quella fosse la cosa da fare da parte mia e continuo ad esserne convintissimo.

Pnbox.it: Ci saràin futuro una classe politica capace di rispondere ai problemi della giustizia?
Colombo: Perchè migliori la classe politica, secondo me, devono migliorare i cittadini e perchè migliorino i cittadini, temo, ci voglia un po' di tempo.

L’informazione è importante, quella giusta và cercata

Riporto un interessante post degli Amici di Beppe Grillo di Villafranca presenti alla manifestazione del 28 gennaio 2009 organizzata dai "Familiari Vittime di Mafia" .
 

Sapete perchè l’Italia andrà sempre peggio? Perchè manca l’informazione dei media.

Finchè la maggioranza degli Italiani sarà davanti solo a tv e giornali, non capirà mai cosa succede veramente. La manifestazione di mercoledì in piazza Farnese a Roma era incentrata sui familiari delle vittime della mafia, sul ricordo anche di tante persone che sono morte per cambiare in meglio il nostro paese. L’obiettivo era difendere la nostra costituzione, non dimenticare la parte buona del nostro passato. Vogliamo difendere la magistratura che deve essere autonoma dalla politica, diamo appoggio a quei magistrati come Apicella, De Magistris e Forleo che hanno fatto e vogliono continuare a fare in maniera corretta il loro lavoro, anche se continuamente osteggiati dalla politica. Noi come gruppo rappresentante di Villafranca eravamo presenti, vogliamo che le intercettazioni continuino perchè sono uno strumento indispensabile e non ci vengano a far ridere con discorsi sulla privacy, che sono solo appigli per poter fare sotto banco giochi politici collusi e criminali. Il silenzio è mafioso, il silenzio può uccidere e anche se il tritolo non è più di moda, oggi si uccide isolando, emarginando, trasferendo, nascondendo. Dobbiamo pretendere di conoscere la verità! Svegliamoci dal sonno profondo in cui siamo caduti! Ma la verità non è bella pronta e confezionata: possiamo capire qualcosa solo se ci sforziamo di ascoltare da più fonti possibili, ma se non date spazio nella vostra informazione anche alla rete, resterete sempre con qualcosa di filtrato e di parte.

Cercate voi stessi cosa è uscito di tutto questo oggi sui giornali: i giornali si sono persi con Di Pietro e lo striscione confiscato, riportando notizie di insulti al Presidente, denigrando l’iniziativa come demagogica e populista operata da famigerati grillini, travaglini e dipietrini! Per poi non scrivere nenache una parola sui veri contenuti e valori che sono stati trasmessi in questa giornata.

Simone Bernabè


Che fine fa un imprenditore che denuncia

La storia di Pino Masciari

Raccontare una storia così complessa non è cosa semplice e per farla capire ho bisogno di raccontarla con il cuore più che scriverla attraverso i tasti di una tastiera.

Inizio col descrivere il giorno in cui ho conosciuto Pino Masciari. Era il novembre del 2007 a Bologna dove durante l’incontro nazionale dei meetup di Grillo ho avuto la grande occasione di conoscere la vicenda di Pino e della sua famiglia.
Quando Pino prese il microfono ed incominciò a parlare di come aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita mi vennero le lacrime agli occhi e rimasi completamente incredulo. Non mi sarei mai aspettato che potesse esistere una tale drammatica situazione derivata da una grande prova di senso civico e coraggio. Non avrei mai immaginato che un uomo capace di denunciare la ‘ndrangheta, le collusioni con politica e Magistratura mettendo la sua vita e quella della sua famiglia in pericolo, venisse abbandonato in modo così vergognoso dallo Stato. Ma andiamo per ordine.
Il calvario di Pino, uno dei più importanti imprenditori calabresi, inizia nell’ottobre del 1997 quando, insieme alla moglie Marisa e ai due figli appena nati, entrano nel programma speciale di protezione e di conseguenza sradicati dalla loro terra, lontani dalla famiglia, dagli affetti e dal lavoro. Ricordo molto bene lo sguardo pieno di sofferenza e rabbia di Pino mentre raccontava il giorno dell’esilio dalla sua amata Calabria. Ricordo molto bene l’attimo in cui mi sono sentito complice di questa drammatica vicenda. Si, proprio complice. Perché in questi casi tutti i cittadini dovrebbero mettersi al fianco di persone oneste che come Pino lottano per un’ Italia senza mafie. Non parlo solo del Sud ma di tutta la nostra penisola, perché al Sud la mafia uccide, la vediamo ogni giorno nei telegiornali, al Nord fa affari per riciclare il denaro sporco di sangue. Siamo tutti dei complici fino a quando non guarderemo nella giusta direzione senza più girare la testa dall’altra parte, senza far finta di non vedere ciò che accade a un passo da noi, dai nostri occhi e dalle nostre orecchie.

Per poter scrivere tutto il mio racconto e le mie sensazioni non sarebbe sufficiente un solo articolo. Mi soffermo su alcune situazioni che mi hanno colpito particolarmente legate comunque a una vicenda che nella sua totalità provoca indignazione, rabbia ed amarezza indescrivibili.
Uno di questi episodi riguarda due delibere della Commissione Centrale dei Ministero dell’Interno del 2004, che a leggerle non sembra possibile siano state scritte dalla stessa mano per la loro contraddittorietà nell’arco di soli tre mesi. Nella prima si legge che la famiglia Masciari per gravi rischi di incolumità non può far ritorno in Calabria. Nella seconda delibera invece viene comunicato il termine del programma speciale di protezione.
Si può tranquillamente semplificare il concetto dicendo che è come condannare a morte la famiglia Masciari. Penso che sia assolutamente paradossale che venga riconosciuto il grave rischio di vita di un intera famiglia per poi a distanza di così poco tempo escluderla dal programma speciale di protezione che serviva a garantirne la sicurezza.
Per impedire che a se e alla sua famiglia venga negato l’indiscutibile diritto alla sicurezza, Pino fa ricorso al TAR del Lazio impugnando la seconda delibera che avrebbe escluso la famiglia Masciari dal Programma Speciale di protezione.
Un altro episodio che mi ha lasciato perplesso e sfiduciato è constatare la gravissima lentezza e conseguente applicazione di una sentenza. Il ricorso al TAR del Lazio viene presentato nel gennaio del 2005 e la sentenza viene emessa nel gennaio del 2009. Quattro lunghi anni che aumentano ancor di più la sofferenza della famiglia Masciari. Ciò che mi fa più rabbia è appunto la lentezza del sistema giudiziario. Non capisco come si possa lasciare una famiglia in una situazione del genere per così tanto tempo quando per legge il TAR avrebbe dovuto pronunciarsi entro sei mesi dall’ avvenuto ricorso. La sentenza del TAR del Lazio tra le altre cose stabilisce molto chiaramente che il programma speciale di protezione non può avere un termine a meno che non si provveda ad eliminare la causa che ha portato la famiglia Masciari all’interno del programma stesso. Più semplicemente il programma speciale di protezione termina quando non c’è più la criminalità organizzata, ciò porterebbe quindi all’annullamento del rischio da parte di chi ha denunciato.
Dopo la rabbia dovuta alla lentezza da parte del TAR nell’emettere la sentenza il mio sentimento di amarezza si fa più acuto nell’apprendere che ad oggi, a distanza di tre mesi, non è ancora stata rispettata dal ministero dell’Interno.

Dalla vicenda di Pino mi rendo conto che l’idea che abbiamo di come possa funzionare un programma di protezione è del tutto sbagliata. Ci immaginiamo una famiglia che vive una vita normale, nonostante sia sotto scorta. Tutto falso.
Provate a immaginare di non poter uscire di casa quando attraverso le finestre di casa vostra notate il sole che vi invita a stare all’aria aperta, che vi invoglia a fare una pedalata con la vostra famiglia, che vi invoglia a fare una partita a pallone con i vostri figli, che vi invoglia ad immergervi nelle cose che illumina con grande calore. Provate ad immaginare una vita senza l’appoggio di un vero amico. Provate ad immaginare la vita dei vostri figli senza mai vederli giocare con i loro compagni di scuola. Provate ad immaginare una vita non vissuta. Questa situazione per la famiglia Masciari non è immaginazione ma realtà. La cosa peggiore che mi potrebbero fare è rubarmi la libertà di scelta. Credo che per ognuno di noi sia la cosa più importante poter scegliere quando uscire, cosa fare e soprattutto frequentare gli affetti, che sia la nostra famiglia o gli amici più cari.
I figli di Pino hanno conosciuto i nonni nel 2007 quando avevano più di dieci anni.
Immaginare di vivere così non potrà mai farci capire cosa significa realmente, ma se provassimo a privarci delle amicizie, della nostra famiglia anche solo per un mese ne soffriremmo molto.
Pino e la sua famiglia vivono così da 12 anni e sapere che una famiglia non ha avuto la possibilità di scegliere per un periodo così lungo mi provoca un grande dolore e una rabbia capaci di riempire l’intero pianeta.
La cosa più sconvolgente è che la loro vita è stata rovinata perché sono delle persone oneste che hanno denunciato la criminalità organizzata e che per questo andrebbero portati come esempio.

Abbiamo tutti il dovere di non lasciare sole le persone che come Pino lottano contro la criminalità organizzata e che concretamente rischiano la loro vita e quella dei propri cari per dare a tutti noi un Italia migliore.
L‘imprenditore Pino Masciari e sua moglie Marisa, medico odontoiatra, hanno completamente affidato le loro vite e quelle dei loro figli, nelle mani dello Stato, compiendo un gesto coraggioso che dovrebbe essere considerato un esempio per tutti.

Termino quindi questo mio racconto ponendovi alcune domande che ritengo debbano far riflettere e che considero una delle cose più gravi ed inaccettabili dell’intera vicenda.
Ma lo Stato dov’è, quale messaggio arriva agli altri imprenditori o singoli cittadini che si vogliono ribellare alle mafie?
Non vi sembra che il messaggio sia devastante per chi realmente vuole combattere la piaga della criminalità organizzata?
Forse per lo Stato chi denuncia il sistema mafioso non è un esempio positivo per la società civile?

Omar